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Apprendistato anche per i quindicenni: indietro tutta sull'obbligo di istruzione ed i diritti dei minorenni PDF Stampa E-mail
Scritto da FLC CGIL TORINO   

Il 20 gennaio in Commissione alla Camera è stata approvata una norma che, se confermata dall'aula, riporterebbe l'obbligo di istruzione verso i 14 anni, cioè alla situazione di quaranta anni fa, da cui gli impegni di Lisbona chiedevano, al contrario, agli Stati membri di uscire. Mentre gli altri Stati europei, anche quelli governati dalla destra, stanno andando verso l'obbligo a 18 anni, l'Italia, come i gamberi, cammina all'indietro.

In commissione lavoro (undicesima) della Camera è stato approvato, all'interno del disegno di legge 1441 quater un emendamento che recita:
"all'articolo 48 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (uno dei decreti della Moratti, ndr), dopo il comma 2 è inserito il seguente: "2-bis. L'obbligo di istruzione, di cui all'articolo 1, comma 622, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni, si assolve anche nei percorsi di apprendistato per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione di cui la presente articolo".

In altre parole l'obbligo di istruzione si assolverebbe anche nell'apprendistato, che, come si sa, è un vero e proprio contratto di lavoro, per il quale sono previste ore da dedicare alla formazione, ma che nulla hanno a che vedere con un percorso scolastico.

Ma la legge 296/2006 ha spostato il limite per iniziare a lavorare dai 15 ai 16 anni e quindi, dal momento che l'apprendistato presuppone un rapporto di lavoro al di sotto dei 16 anni, cioè dentro la fascia di obbligo di istruzione, non è possibile lavorare e quindi neppure fare l'apprendista.

Ora, con questo emendamento, questo Governo e questa maggioranza riprovano a fare come la Moratti che, nel periodo 2001-2006, aveva diluito a questo scopo il concetto di obbligo scolastico in un più vago diritto e dovere.
Ma dopo quel periodo sono state approvate le norme che avevano ripristinato e portato a 16 anni sia l'elevamento dell'obbligo di istruzione che l'età minima di accesso al lavoro.

Con l'emendamento si tende ad azzerare del tutto la possibilità di tenere dentro un percorso squisitamente formativo esattamente quegli studenti che, più deboli culturalmente e socialmente, hanno bisogno di acquisire saperi e competenze per uscire dalla loro iniziale condizione di emarginazione.

La scuola tornerebbe ad essere, così, quell'ospedale che cura i sani e respinge i malati, come don Milani denunciò negli anni sessanta.

In Italia l'apprendistato è una modalità di accesso al lavoro che purtroppo ha incontrato finora enormi difficoltà nell'attuazione proprio di quella parte del contratto che impone, oltre al lavoro, la frequenza di ore di formazione. Di fatto a trarre beneficio da questa tipologia contrattuale sono stati finora prevalentemente le aziende che risparmiano sia sul versante salariale (gli apprendisti sono inquadrati o ad un livello inferiore rispetto agli altri lavoratori e ricevono comunque una retribuzione, anche quando l'inquadramento è lo stesso) sia sul versante previdenziale (è lo Stato a pagare i contributi obbligatori anziché le imprese), mentre decisamente pochi sono gli apprendisti che partecipano alle ore di formazione.
Ma anche i pochi fortunati che riescono a partecipare ai percorsi formativi ricevono una formazione finalizzata ad acquisire competenze coerenti al lavoro svolto, i cui contenuti e la cui durata non sono in alcun modo comparabili con i percorsi scolastici.
Se dovesse passare quell'emendamento, sarebbero considerati analoghi, ai fini dell'assolvimento dell'obbligo, sia quei percorsi che la frequenza ad esempio del biennio del liceo classico.

Non solo, i futuri quindicenni apprendisti rischiano oltre al danno anche la beffa, perché se l'apprendistato fra 15 e 16 anni fosse considerato una modalità "formativa" potrebbero vedersi negato il salario, che spetta come diritto ai lavoratori e non agli studenti!

Lo sfruttamento del lavoro minorile riceverebbe così una legittimazione, a fronte della necessità di debellare questa piaga ovunque: mai avremmo pensato che fra quei paesi tornasse ad esserci anche il nostro!

E non regge neppure il confronto con altri paesi europei, come la Germania, la Svizzera, il Belgio e in parte la Francia: in quei paesi si tratta di un apprendistato scolarizzato, metà scuola e metà lavoro, nel quale l'attività lavorativa vera e propria inizia solo dopo il sedicesimo anno di età e funziona soprattutto per garantire l'obbligo fino ai 18 anni non fino ai 16.
Stiamo parlando di diritti dei minorenni che sarebbero, in questo modo, condannati a rimanere nelle stesse condizioni di marginalità sociale e culturale di partenza.

Si realizzerebbe così un'operazione sociale e culturale che allontana le fasce più deboli dalla scuola, per segmentare nuovamente non solo la scuola ma anche la società.
Lo stesso sistema democratico ne uscirebbe ulteriormente indebolito, perché la partecipazione attiva alla vita sociale in una società complessa, come la nostra, richiede saperi e competenze più forti e consolidati rispetto a quelli necessari in epoche a noi lontane.

Ancora, di che lavoro vaneggiano il Ministro Sacconi ed il Ministro Gelmini che, parlando di inserimento rapido nel mondo del lavoro, lo confondono con l'inserimento precoce: sicuramente di quello povero, di quel lavoro che, in un'idea regressiva di sviluppo economico, condanna il paese ad una competitività fondata sui costi e non sulla qualità, mentre il resto del mondo si muove verso l'innovazione.

In questa partita a perderci saranno sicuramente i più deboli, ma anche il futuro del nostro paese, sempre più piegato dalle visioni miopi di una classe politica che non riesce a progettare un futuro di progresso per un paese che ha bisogno, come gli altri, di investire in sapere e ricerca per uscire dalla grave crisi internazionale.
Ma mentre gli altri governi investono, noi arretriamo: un altro passo indietro, addirittura verso gli anni cinquanta!

Roma, 21 gennaio 2010

 
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